Mappatura delle
località calabresi
interessate alla
presenza ebraica
Il
maggior numero di
presenze ebraiche in
Calabria si registrò nel
XV secolo, periodo in
cui la dinastia
aragonese fu al governo
del Regno di Napoli;
nella regione si
potevano contare circa
cento insediamenti, di
varie dimensioni,
presenti nella Calabria
Ultra e Citra ed in
maniera alquanto
capillare.
Nella
Calabria Citra –
corrispondente
all’attuale provincia di
Cosenza - le località
interessate alla
presenza ebraica furono
Acri, Altomonte,
Amendolara, Bisignano,
Calopezzati, Cariati,
Cassano Ionio,
Castiglione,
Castrolibero,
Castrovillari, Celico,
Corigliano, Cosenza,
Fiumefreddo, Grimaldi,
Laurignano (ancora oggi
frazione di Dipignano)
Montalto Uffugo, Morano,
Mottafollone, Parantoro
(ancora oggi frazione di
Montalto Uffugo)
Paterno, Regina (ancora
oggi frazione di
Lattarico) Rende, Rose,
San Lucido, San Marco
Argentano, Scala Coeli,
Scalea, Tarsia,
Terranova da Sibari,
Torano.
Nel Marchesato di
Crotone (oggi corrisponde alla provincia crotonese) a
metà tra Calabria Citra
e Calabria Ultra –
quest’ultima
corrispondente alle
attuali province di Vibo
Valentia e Reggio
Calabria) gli
insediamenti ebraici
erano a Belcastro,
Caccuri, Cirò, Crotone,
Cutro, Isola Capo
Rizzuto e l’allora sua
frazione Le Castella,
Mesoraca, Petilia
Policastro,
Roccabernarda, Santa
Severina, Squillace,
Strongoli, l’allora
Torre di Tacina (in
territorio di Cutro,
oggi non più esistente)
Umbriatico.
Nella
Calabria Ultra, la
presenza degli ebrei si
registrava ad Amendolea,
Arena, Bagnara, Bianco,
Bivongi, Bova,
Brancaleone, Briatico,
Bruzzano, Calanna,
Castelmonardo (distrutto
dal terremoto del 1783 e
poi riedificato poco
lontano con nome di
Filadelfia, oggi in
provincia di Vibo
Valentia) Castelvetere (oggi
Caulonia, in provincia
di Reggio Calabria)
Catanzaro, Cittanova
(casale di Terranova)
Condofuri, Condoianni,
Francavilla Angitola,
Fiumara di Muro, Galatro,
Gerace, Gioia, Grotteria,
Laureana di Borrello,
Melicucco, Mesiano
(località vicina a
Mileto), Mileto,
Monteleone (oggi Vibo
Valentia), Monterosso,
Motta Bovalina (centro
storico dell’attuale
Bovalino) Motta San
Giovanni, Nicastro,
Nicotera, Oppido
Mamertina, Palizzi,
Pentadattilo, Pizzo,
Plaesano (frazione di
Feroleto) Polia,
Polistena, Reggio
Calabria, Rocca Angitola
(oggi inesistente ma i
cui abitanti - dopo i
terremoti del 1638 e
1659 - si rifugiarono a
Pizzo e a Francavilla)
Rosarno, Santa Cristina,
Sant’Agata del Bianco,
Sant’Eufemia
d’Aspromonte, Sant’Eufemia
Vetere, San Giorgio
Morgeto, San Lorenzo,
Seminara, Simeri,
Sinopoli, Stilo, Taverna
(attuale Taverna
Vecchia) Terranova,
Tritanti (frazione
dell’attuale Maropati),
Tropea.
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Il cedro come
frutto sacro della tradizione ebraica
Cafarnao
La presenza ebraica
in Calabria
Caratteristiche
toponomastiche ed
architettoniche degli
insediamenti ebraici
In
molti paesi e città
della Calabria, esistono
ancora oggi quartieri,
strade, vicoli, porte,
toponimi geografici che
rimandano immediatamente
alla presenza degli
Ebrei in quel luogo.
A
Cosenza, è ancora in
uso, nella toponomastica
popolare, la dizione di
“Cafarone”, per indicare
un quartiere del centro
storico, il cui nome
deriva da Cafarnao; nei
dintorni di Carpanzano,
in provincia di Cosenza
si registrano un Monte
Giudeo ed un Casale
Giudeo; o ancora, le
contrade Judio Soprano o
Sottano ed Acqua Judia,
tra Scigliano, Rogliano
e Carpanzano.
Nella provincia
crotonese, nei pressi di Santa Severina,
c’è una Timpa dei Giudei; a Tiriolo, nel
Catanzarese, la contrada Giudecca e la
Giudea a Isola Capo Rizzuto; in
provincia di Reggio Calabria, a Caulonia
la contrada Iudica ed un triste e
sanguinoso Fosso Scannagiudei, a Caccuri,
ancora in provincia di Crotone,
verosimilmente teatro di violenze ed
assassinii.
Interessante la presenza del
Portello dei Giudei a Castrovillari e
della Porta Giudecca a Corigliano e
Rossano, quasi certamente luoghi che
indicavano l’ingresso nel quartiere
ebraico. Il quale, non seguiva una
regola precisa nella collocazione
urbanistica, poiché talvolta era
integrato nel tessuto urbano più
centrale, talvolta era dislocato in
periferia, tal’altra segnava il limite
del centro abitato, ad indicare anche
una collocazione dei suoi abitanti nel
tessuto sociale della città.
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Il cedro come
frutto sacro della tradizione ebraica
La presenza ebraica
in Calabria
Organizzazione
sociale, fiscale ed
economica della Giudecca
La
Giudecca, nel senso di
comunità ebraica,
godette sempre di una
sua autonomia ed
autorità. I suoi membri,
in ogni dove, ebbero
facoltà di amministrarsi
da soli, sia dal punto
di vista giuridico sia
da quello fiscale, e
l’unica variabile, tra
una comunità e l’altra
dipendeva solo dalle
concessioni che la
comunità ebraica era
stata in grado di
conquistare
dall’amministrazione
ospitante.
Degna di nota
fu la tutela esercitata
dai regnanti della
dinastia aragonese, in
ordine alla libertà di
culto ed all’autonomia
organizzativa, non
facile in tempi di aspri
contrasti con la
comunità cristiana.
A tal proposito,
vale la pena ricordare che i conflitti
maggiori, e non solo con
l’autorità ecclesiastica ma anche con
quella militare, si registrarono
soprattutto in occasione delle
ricorrenze festive cristiane, ed in
particolare durante i riti della
Settimana Santa.
In ordine al sistema
fiscale, i documenti storici riportano
che gli ebrei erano tenuti a pagare le
tasse ordinarie di “fuoco e sale” mentre
le tasse speciali venivano applicate in
base ai privilegi o ai capitoli che la
comunità ebraica riusciva ad ottenere.
Spesso accadde che le “università” (le
città) sostenessero le spese
straordinarie per la comunità ebraica e
viceversa o che gli ebrei pagassero la
tassa sulla macellazione degli animali
che doveva seguire le norme del kasherut.
Per quanto riguarda le attività
economiche, gli ebrei di Calabria
esercitarono, per lo più, la medicina ed
il commercio. Famose le attività
finanziarie, con l’apertura dei banchi
di prestito (la compravendita del danaro
che avrebbe poi dato origine
all’istituzione bancaria), oppure l’arte
della spezieria e la preparazione di
rimedi e farmaci; a tal proposito è bene
ricordare che il famoso Donnolo
Shabbetai, scrisse proprio in Calabria
“Il libro delle polveri”, il primo libro
di medicina scritto in ebraico.
Agli
Ebrei si deve, inoltre, la diffusione
della gelsi-bachicoltura, attività in
cui erano maestri oltre al commercio in
altri tessuti come lana e cotone. Essi
erano, inoltre, abili tintori per cui
molte delle giudecche si trovavano
localizzate in prossimità dei greti dei
fiumi; commerciavano in abiti, gioielli,
olio, zafferano e mannite e molti di
essi erano artigiani valenti nella
falegnameria, nelle ferramenta, nella
selleria e nelle costruzioni.
Altre
attività molto praticate in Calabria
furono l’allevamento e l’editoria, che
allora si traduceva in “arte
scrittoria”; furono moltissime le opere
di medicina, filosofia, religione
tramandate e trascritte in molte città
quali Crotone, Cosenza e Reggio; qui,
addirittura nel 1475, da una tipografia
ebraica venne editato “Il Commentario
del Pentateuco di Rabbi Salomone Jarco”
da parte di Abramo Garton e fu questo
l’esempio del primo libro ebraico
stampato, fornito di data.
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Il cedro come
frutto sacro della tradizione ebraica
Ferdinando il
Cattolico
La presenza ebraica
in Calabria
L’espulsione degli
ebrei e dei marrani
La
presenza ebraica in
Calabria, intorno alla
fine del 1400, faceva
registrare un numero
davvero elevato di
individui e di “fuochi”
cioè nuclei familiari
che ebbero il grande
merito di dare un
impulso notevole
all’economia calabrese
del tempo.
Non è
semplice stabilire
quanto i contrasti con
le comunità cristiane si
acuissero di più in
seguito ad un raggiunto
potere economico o ad un
insanabile e radicato
conflitto religioso, ma
già durante gli ultimi
anni del XV secolo i
documenti storici
riportano notizie di
conversioni di massa
soprattutto a Catanzaro,
Cosenza e Montalto.
Fenomeno che diede
luogo all’esistenza dei marrani,
o ebrei convertiti.
Il regno di
Ferdinando il Cattolico – sovrano già
famoso per aver cacciato gli Ebrei dalla
Spagna, dalla Sardegna e dalla Sicilia -
passò alla storia anche per il decreto
di espulsione emanato nei confronti
degli Ebrei e dei Marrani del Regno di
Napoli.
In merito ai “cristiani novelli”
- gli ebrei freschi di conversione,
anch’essi soggetti all’espulsione - fu
loro consentito di restare solo nel caso
in cui avessero contratto matrimonio con
donne di provata fede cristiana. Ad
alterne vicende, fu richiesto ai
sovrani, da parte di alcune università,
di far rientrare gli ebrei ma, nel 1540,
Carlo V pose fine alle altalenanti
vicende di esilio e riammissione, con un
decreto di espulsione definitivo
attraverso cui gli ultimi ebrei di
Calabria lasciarono il regno nel 1541.
I
superstiti finirono col fondersi con il
resto della popolazione e, a ricordo
della loro presenza, rimasero i cognomi
e le tracce nella toponomastica.
Notizie elaborate
da Adele Filice dal lavoro di S. Vivacqua, Calabria in C. D.
Fonseca, M. Luzzati, G. Tamani, C.
Colafemmina (a cura di) “L’Ebraismo
dell’Italia Meridionale Peninsulare
dalle origini al 1541, Società,
Economia, Cultura”; IX Congresso
Internazionale dell’Associazione
Italiana per lo studio del Giudaismo –
Atti del Convegno Internazionale di
studio organizzato dall’Università degli
studi della Basilicata in occasione del
Decennale della sua istituzione –
Congedo Editore - Potenza/Venosa, 20-24
settembre 1992.
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Il cedro come
frutto sacro della tradizione ebraica
Il cedro del Sukkòt
Il
cedro (in ebraico
etrog; plurale
etrogim) destinato
al rito del Sukkòt non è
un frutto qualunque. Sia
il frutto, sia l’albero
da cui esso proviene
devono rispondere a
determinate
caratteristiche che
rendano l’agrume sacro
kasher o
kosher cioè buono,
adatto alla cerimonia.
E
per essere adatto alla
cerimonia del Sukkòt,
il cedro che compone il
lulàv deve
possedere diverse
caratteristiche che,
sommate tra loro,
rendano il frutto
perfetto.
Il
cedro, dunque, deve
presentarsi senza
rugosità e senza macchie
sulla buccia, non
provenire da alberi
cresciuti da talea
innestata, e che siano
almeno al quarto anno di
età, avere una forma
conica perfetta ed un
peduncolo accentuato.
E’, invece,
inadatto ed inservibile, secondo i
precetti della Torah
(letteralmente: legge, insegnamento.
Nello specifico della religione ebraica
si indicano, con questo nome, i primi
cinque libri della Bibbia o libri di
Mosé, ossia ancora il Pentateuco)un cedro secco o rubato, o ancora
proveniente da una pianta adorata o
coltivata in una città scomunicata; è
inservibile un frutto di offerta impura
o di pianta nuova o di dubbia
provenienza.
Molti rabbini
considerano inservibile anche il cedro
verde come l’aglio ed ancora, molti di
loro hanno idee diverse sulle dimensioni
che deve avere il cedro del Sukkòt;
in ogni caso, si va dalle dimensioni di
una noce, a quella di un uovo, fino ad
arrivare a dimensioni tali da afferrare
due cedri con una mano o uno con
entrambe le mani.
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Il cedro come
frutto sacro della tradizione ebraica
La festa del Sukkòt
Sukkòt, la “Festa
delle Capanne” o “Festa
dei Tabernacoli” si
festeggia il 15 di
Tishrì - che vuol
dire principio - ed è il
mese con cui inizia il
calendario ebraico, tra
settembre ed ottobre.
La festa delle Capanne
rievoca l’uscita
dall’Egitto ed il
quarantennio in cui il
popolo di Israele visse
nel deserto, prima
dell’ingresso nella
Terra Promessa.
La stagione coincide con
il periodo dell’ultimo
raccolto prima
dell’inverno, ed è per
questo motivo che la
ricorrenza è
identificata anche come
“Festa del Raccolto”.
Per questa ragione,
durante Sukkòt,
si mangia e si trascorre
buona parte della
giornata in una capanna
(sukkà) di rami,
adorna di fiori, frutta
e disegni e che abbia il
tetto costituito da
frasche rade in modo
tale da poter consentire
ai suoi occupanti, nella
sera e durante la notte,
di poter osservare le
stelle.
L’ultimo giorno di Sukkòt (in
ebraico Oshanà Rabbà,
una sorta d’invocazione
per la salvezza) termina
il periodo di pentimento
che era cominciato a
Rosh Ha-shana (il
Capodanno ebraico,
giorno della Creazione,
dedicato ritualmente
alla festa solenne ma
anche alla riflessione,
all’esame della
coscienza).
Il perdono è
richiesto ed invocato
con il lulàv - il
rituale fascio composto
da un ramo di palma (lulàv),
due di salice (‘aravà),
tre di mirto (hadas)
e un frutto di cedro (etrog)
– che viene battuto
nella sinagoga.
Durante
il Sukkòt,
l’alimento base della
tavola, per tutt’e sette
i giorni, è la frutta,
consumata sia fresca sia
come ripieno per i
dolci. Nei pasti che si
consumano nella capanna,
è presente anche il “bollo”,
una ciambella dolce
ripiena.
Notizie
elaborate da Adele Filice e
tratte da A. Sacerdoti,
Guida all’Italia ebraica,
Marsilio Editore, 2003, Venezia.
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Il cedro come
frutto sacro della tradizione ebraica
Il
significato delle specie
floreali
L’utilizzo rituale delle
diverse specie vegetali
si presta a varie
interpretazioni.
Una prima riconduce alla
diversità delle specie
vegetali usate: la palma
non ha profumo ma i suoi
frutti hanno sapore; il
salice non possiede né
sapore né profumo; il
mirto è profumato ma non
saporito; il cedro
possiede entrambe le
qualità.
La
loro presenza congiunta
simboleggia quattro tipi
di persone che miscelano
tra loro l’assenza e la
presenza di sapienza e
generosità e come le
specie vegetali, anche i
quattro tipi di uomo
devono essere vicini per
aiutarsi e volersi bene
reciprocamente.
Secondo un’altra
interpretazione
simbolica, il lulàv
rappresenta quattro
periodi storici ed il
cedro, in particolare,
simboleggia la speranza
per il futuro.
Secondo altre
letture il lulàv è l’uomo; la
palma sarebbe la colonna vertebrale, il
salice la bocca, il mirto l’occhio, il
cedro il cuore. In questa maniera, tutto
il corpo sarebbe rappresentato unito in
preghiera verso il Signore.
Ma
un’interpretazione che si rifà alle
negatività del genere umano accosta le
quattro parti anatomiche ad altrettanti
difetti umani: la palma dritta è la
superbia, il mirto dalle foglie
lanceolate, la curiosità; il salice
dalle foglie lunghe e strette, la
calunnia; il cedro a forma di cuore, i
peccati più intimi ed indicibili.
Notizie elaborate
da Adele Filice e tratte da A.
Sacerdoti, Guida all’Italia
ebraica, Marsilio Editore, 2003,
Venezia.
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Il cedro come
frutto sacro della tradizione ebraica
Il concetto di
kashrut
Strettamente
legata alla cultura ebraica e con
valenze simboliche e materiali che si
ripercuotono e pervadono l’intera vita
della popolazione, è la parola – che
rimanda ad un complesso concetto –
kashèr.
Termine in uso presso gli
ebrei Sefarditi che significa valido,
adatto, buono; da cui il termine
kashrut o kesherut che
indica, in genere, l’essere adatto,
buono, anche se l’uso della parola
rimanda anche all’insieme delle regole
alimentari ebraiche.
In uso anche il
termine kosher, adoperato nelle
popolazioni degli ebrei Ashkenaziti (gli
ebrei tedeschi, provenienti dall’Europa
Centrale, che si caratterizzano per
l’autonomia delle tradizioni culturali e
dall’uso della lingua yiddish
rispetto ai Sefarditi (gli ebrei
spagnoli, provenienti dalla penisola
iberica, da dove furono costretti a
scappare, per le persecuzioni operate
dal Tribunale dell’Inquisizione, dopo il
1492).
Notizie elaborate
da Adele Filice e tratte da A.
Sacerdoti, Guida all’Italia
ebraica, Marsilio Editore, 2003,
Venezia.
Santa Maria del Cedro
conta poco più di 5.000 abitanti (Sammariensi) e ha una
superficie di 18,7 chilometri quadrati per una
densità abitativa di 258,34 abitanti per
chilometro quadrato. Sorge a 110 metri sopra il
livello del mare.
Il municipio è sito in Via
Nazionale, 16. Telefono: +39 0985 5727 - 5453 -
5497
Fax: + 39 0985 5510
Mail:
uff.comunicasmaria@libero.it
Cenni anagrafici: Il
comune di Santa Maria del Cedro ha fatto
registrare nel censimento del 1991 una
popolazione pari a 4.674 abitanti. Nel
censimento del 2001 ha fatto registrare una
popolazione pari a 4.831 abitanti, mostrando
quindi nel decennio 1991 - 2001 una variazione
percentuale di abitanti pari al 3,36%.